Fai il bravo! Non ti muovere! Questo non si fa! Non bisogna litigar..." /> GESTIRE L'AGGRESSIVITA' | Sintetizzando


Psicologia

Published on 20 Maggio, 2017 | by Giovanni De Gregorio

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GESTIRE L’AGGRESSIVITA’

Fai il bravo!
Non ti muovere!
Questo non si fa!
Non bisogna litigare!
Quante di queste affermazioni ci sono state trasmesse, seppur con la migliore intenzione di “aiutarci a crescere”.
Qual è l’energia che viene toccata in questi casi? Quali i possibili effetti di un’azione contenitiva esagerata? Da un bambino vivace, instancabile, incontentabile, ad un adulto versione surgelato “Findus”…non pensiate che la strada sia molto lunga!

È l’energia aggressiva e combattiva, innata in ciascuno di noi, ad essere qui in questione.

“Il termine aggressività riveste una pluralità di significati e include fenomeni molto diversi l’uno dall’altro, quali comportamenti, risposte emotive e processi cognitivi. Esso deriva dal latino adgredior (composto da ad + gradior) che letteralmente significa «avvicinarsi», ma che può anche essere inteso come «assalire», «accusare», «intraprendere», «cominciare».
Conformemente alla sua radice etimologica, questo sostantivo ha conservato una notevole ricchezza di significati, tanto da essere definito una parola valigia che spazia da una connotazione decisamente negativa a una decisamente positiva, in termini di affermazione, successo, vitalità, riuscita.
Si possono così distinguere un’aggressività ostile, ossia un atto di aggressione che deriva da sentimenti di rabbia con l’intenzione di infliggere dolore, e un’aggressività strumentale, intesa come strumento o mezzo per raggiungere obiettivi e superare ostacoli.”
[da enciclopedia Treccani]

Sembrerebbe che nel caso dell’aggressività cosiddetta ostile, ci ritroviamo di fronte ad uno scarico di energia, un movimento detto in gergo “sfogo”. Una reazione generalmente impulsiva a qualche ingiustizia che si ritiene di aver subito. Una reazione che può generare facilmente violenza.
Spesso lo sfogo avviene anche consapevolmente e in maniera più moderata, con l’intenzione di alleggerirsi dall’ansia o dalla tensione che ti avvolge. Questa, ad esempio, è la chiave per leggere il tifo calcistico e sportivo in generale, ed è anche il motivo per cui oggi pullulano le palestre e fioriscono le attività di corsa campestre o meglio conosciute come “Running”, “Walking” o “Jogging”.
In gergo chiamiamo questa forma di aggressività “autoaffermazione secondaria”. Sono cioè le nostre esperienze precedenti che creano risposte automatiche, almeno fin quando non ce ne renderemo conto. Vere e proprie parti di noi che si muovono per necessità, per compensare dei vuoti affettivi creati da esperienze negative di deprivazione affettiva e/o ingiustizie reali o presunte subite.

Il punto è che se scarichiamo così tutta questa energia, mancherà nella nostra vita quotidiana quella dose di combattività necessaria per affrontare quegli ostacoli più duri…
Scaricare ed ottenere una funzione catartica, non può essere quindi una soluzione assoluta

Quali passaggi occorrono allora per rendere l’energia aggressiva fruibile e quindi strumentale a raggiungere i nostri obiettivi?

  1. Iniziamo a considerare che l’Aggressività non è opposizione a…, ma la spinta ad “avvicinarsi” verso qualcosa. Un’integrazione di me con l’altro, un andare verso l’altro. Non si tratta quindi di bloccare costantemente le energie aggressive o combattive, ma di canalizzarle. Non reprimere ma indirizzare, in maniera da lasciar fluire, fluire anche verso altro..
    Non si possono più sprecare energie “andando contro”, perché “andare contro” crea opposizione e blocco.

Ehi Giò, in verità io ho provato a fare un po’ di meditazione pensando a qualcosa che mi facesse stare bene per poter cambiare le mie emozioni negative in positive, ma questa cosa non mi funziona un granché! Mi sai dire perché? Sbaglio forse in qualcosa?

“Chi pensa di stare per tutta la vita in posizione di carciofo, non ha capito granché. Perché i grandi maestri di vita nella meditazione potevano star nell’ordine di cinque minuti, per i più bravi. C’è gente che dice: sono stato un’ora in meditazione. Impossibile! Forse sei stato un’ora a farti un viaggio Valtur, non è meditazione questa. Lo stato di centramento della coscienza prevede pochissimi attimi, se leggiamo tutto in termini di legge fisica.”
[Antonio Tallerini]

Inoltre è sbagliato dire: “Devo cambiare l’emozione triste in emozione allegra!”. Ma nemmeno per sogno! Nemmeno la volontà ce la fa. Si può solo dirigere l’attenzione su di un’altra funzione. Devi creare nuove immagini e nuove emozioni e nuove azioni! Altrimenti non cambia niente. Ma lo devi scegliere tu e non puoi affidarti a visualizzazioni o meditazioni anche belle che ti cambiano l’umore del momento ma non introducono nessun nuovo obiettivo e nessuna scelta concreta nella tua vita. Quello che tu cambi nell’inconscio rimane inconscio. Non c’è l’apprendimento della nostra coscienza perché non c’è un vero obiettivo che muove la volontà. Il temporaneo cambiamento positivo che eventualmente sperimentiamo non ha permanenza e non ha capacità di prodursi ancora perché non c’è stata una decisionalità nel cambiamento.

Ma dici davvero? Ma se io per cercare di stare bene, la mattina mi guardo anche allo specchio e nonostante la faccia di cac**io che mi ritrovo, mi ripeto che sono felice! Allora non faccio bene??

Se mi sveglio la mattina e mi metto allo specchio e dico: “io sono felice, oggi voglio bene a tutto il mondo”, non appena entro in collisione con il mondo di tutti i giorni, la prima prima “faccia di corna” che mi capiterà davanti, mi riporterà molto probabilmente a quelle posture “lievemente distruttive” che avevo lasciato qualche momento prima…
Ti slitta la frizione, ma non è cattiveria, è così che funzioniamo! Ma se scelgo veramente e non sto giocando con me, e voglio per esempio modificare quel particolare stato emozionale, so che non devo assolutamente forzare la mano. Non è sull’emozione che posso agire, ma su una nuova immagine di me congruente alle mie possibilità del momento e alle mie risorse energetiche e umane di cui sono in possesso. Devo quindi scegliere quell’immagine e monitorarla nel ripetere del tempo. Devo frequentarla e alimentarla.

  • 2. Non andare per partito preso contro se stessi cercando di controllare e bloccare ogni cosa che è destinata a scalfire il proprio stato di quiete. La dinamica del cambiamento inizia quando scelgo di fare uso di quell’energia piuttosto che tenerla chiusa in prigioni periferiche sotto controllo. Ne posso cominciare a far uso, attivando quindi l’immaginazione, l’impulso e il desiderio quali forze motrici che innescano il processo. Una certa energia aggressiva posso anche tenerla presente, in attesa di poterle dare una giusta direzione, ma se la escludo da me questa si organizzerà di notte per evadere ed irrompere nella coscienza. Ricordate? Tutto ciò che escludo diventerà mio nemico!
    L’inclusione quindi è la caratteristica iniziale per il cambiamento. Allargo la coscienza a tal punto e preparo gli spazi per tutto, perché ogni energia che includerò avrà il suo valore, e dovrà avere il suo giusto peso.

Se tu ad un impulso gli dici di stare fermo, nella personalità non si muove più niente e sai perché? Perché le uniche funzioni motrici dentro di noi sono: impulso, desiderio, immaginazione! Il resto è tutto statico. Emozioni, pensiero e tutte le altre funzioni sono tendenzialmente statiche, in attesa di stimolo per muoversi. Le uniche che hanno potere motore e funzioni motrici sono gli impulsi, i desideri e l’immaginazione, che non a caso Jung ha messo fuori dalle quattro funzioni del suo modello: perché non prevedeva il lavoro con la volontà, ne Freud e neppure tanto Jung. Jung in particolare prevedeva la trasformazione attraverso i simboli. Una trasformazione inconscia, con i potenti mezzi simbolici ma solo inconscia.
[Antonio Tallerini]

  •  3. Tuttavia, quando l’energia aggressiva è troppa e senti che finirà per sopraffarti, allora occorre fare qualcosa per scaricarla, e questo abbiam già visto come, oppure ricercare una distanza di sicurezza. Trovare, mettere e soprattutto mantenere una certa distanza da cose e persone “travolgenti” è un’arte! Occorre allenarsi, finché non si trovi la distanza giusta: ne troppa, ne poca, ma giusta a rimanere in relazione, seppure a distanza! Ecco una tecnica per allenarti al compito:

METTERE DISTANZA

Metti distanza da ciò che ti turba troppo e che ti fa partire l’embolo! Abbassiamo il volume!
Se ti senti troppo turbato è perché ci sei troppo vicino o addirittura troppo dentro.

Bisogna guardare la cosa da una maggiore distanza. Prendi distanza! Guarda questo video per crearla. Considera simbolicamente la prima immagine che vedrai come la situazione o la persona che ti turba e poi lascia che si crei la distanza come il video ti porterà intuitivamente a fare.
E alla fine potrai guardare la stessa cosa ad una distanza nuova.
Solo così potrai gestirla: quando la distanza giusta sarà creata!

 

  • 4. Una volta creata la distanza giusta, sei in condizioni di avvertire la spinta vitale che si muove dentro di te! Siamo venuti al mondo come ogni altro essere vivente con un’innata spinta alla vita. Un’energia fluida che si muove senza sforzo. Un movimento naturale che proviene dal centro di noi stessi, definita anche “autoaffermazione primaria”. Un flusso spontaneo..come come lo sbocciare di un fiore.

Spontaneamente, “sua sponte”, cioè che ha a che fare con qualcosa che nasce dal centro di Se.
“Sua sponte” non è inconscio è coscienza, e ha a che fare con la volontà.

Io sono innamorato di questa visione simbolica di un centro che emana ed emette energia nell’aprirsi.
Ed è il lavoro costante che dobbiamo fare di apertura dal centro di noi stessi.
A tal fine è importante frequentare certe immagini simboliche utilizzate anche dai metafisici.
C’è un’immagine molto chiara dell’essere in espressione che contatta proprio l’energia centrale dell’essere, ed è: LO SCHIUDENTESI PERMANENTE IMPORSI di Martin Heidegger.

Un fiore, un bocciolo che si schiude, permane in questa apertura e si impone alla vita!
E’ l’espressione dell’essere, secondo Martin Heidegger in “Introduzione alla metafisica”.
Ed è molto rispondente all’esperienza della centralità dell’essere di Assagioli.
[Antonio Tallerini]

A causa della molteplicità che ci abita, questa condizione di centralità purtroppo non può essere eterna! Ma può essere conservata tutti giorni e tenuta viva attraverso la presenza e la vigilanza. Altrimenti lo stato di libertà acquisito la mattina, lo si perderà di pomeriggio…
La “presenza” quindi riguarda l’avvicinarsi a questa centralità che tende ad aprirsi, ad apparire in quest’apertura e a permanere. La “vigilanza”, invece,  quale azione volitiva per conservare lo stato di presenza.

 

Il nostro compito è dunque di pilotare queste energie. Gli uomini di mare dicono che quando alcune grandi navi devono essere condotte in alcuni porti, ci sono delle basi sotto e dei canali attraverso le quali le navi devono entrare perché altrimenti sbattono. Ci sono inoltre delle navette abili proprio a guidare le navi nei grandi porti e lì attraccare. E noi dobbiamo fare un po’ queste guide, a volte in canali obbligati. Certe energie non possono andare oltre. Lo dobbiamo tracciare noi il canale ove possono scorrere in maniera innocua e utile.

Quindi dobbiamo sapere noi bene i tracciati in cui incanalare questa energia. Non è facile! Ma è un’opera bella, …e per questo il nostro lavoro è il lavoro più bello del mondo!
A qualsiasi livello, per chiunque lo faccia, con se stessi e con gli altri.
[Antonio Tallerini]


Sull'autore

Sono Giovanni De Gregorio, ideatore di "Sintetizzando": il Blog che ti aiuta a conoscere, gestire e trasformare il tuo mondo interiore. Qui troverai esempi pratici e materiale multimendiale che ti aiuterà a diventare più padrone di te! Sito personale: http://www.giovannidegregorio.it/



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