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Psicologia

Published on 7 Aprile, 2017 | by Giovanni De Gregorio

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COLLABORARE CON L’INEVITABILE

Rispetto a situazioni che ti sconvolgono la vita, sento spesso dire che per uscirne bisogna accettare ciò che ti è accaduto. Perché è solo così che potrai capirne il senso. E che ribellarsi non fa che complicare il quadro.

Spesso però mi metto nei panni di chi riceve una notizia tragica, di chi subisce un tradimento, di chi viene a conoscenza di una malattia incurabile di una persona cara, di chi scopre di avere un male incurabile, di chi riceve un’ingiustizia legale, sociale, o viene ingiustamente incriminato o vessato per un reato che non ha commesso. Ma come si fa a non inc*zzarsi! Ma come si fa a non ribellarsi?

E allora che senso hanno a questo punto tutti i suggerimenti che saggiamente arrivano dalle principali tradizioni spirituali e da una certa psicologia, rispetto all’accettazione della sofferenza, del dolore e addirittura della ricerca della pace che solo il perdono può darti?

Mai chiedere a qualsiasi essere umano l’accettazione del dolore, della sofferenza ad uno stato di cose, quando non si è pronti psicologicamente e armonicamente agli eventi. Significherebbe chiedere di rassegnarsi. Non è giusto! L’accettazione è uno stato di libertà. Si può cominciare ad accettare solo se si è sufficientemente liberi dai condizionamenti. Allora diventa un atto profondo.
E’ importante che ci sia un’accoglienza, un’accettazione profonda degli eventi,
ma forse non è un atto iniziale.

[Antonio G. Tallerini]

 

Ma come fai a chiedere ad una persona di accettare lo status in cui è di sofferenza e di disagio, se è profondamente deflesso nel tono dell’umore! Gli stai chiedendo di rassegnarsi. Perché la personalità riceve questo messaggio: “Accettare? Allora mi devo rassegnare!” La personalità ragiona così. Non possiamo chiedere ad una persona di rassegnarsi. Non si ha rispetto del mondo profondo delle persone, delle dinamiche interne, del movimento tra energie interiori.


Giò, ma fino a quando ci si può ribellare? E’ un pò come giocare col fuoco. La rabbia potrebbe sfuggirci di mano, e allora..?

 


Quando cercavo giustificazione alla mia tensione aggressiva interiore, alla mia rabbia, al mio incasinamento nevrotico, Assagioli disse: “l’indignazione è una cosa buona!”.

E io gli dicevo: “l’incazzatura?”
“No!” Rispondeva lui: “L’indignazione!”
“Vabbè”, dicevo: “è moralista, ..è educato!”
Invece No! Perché l’indignazione indica la via per rientrare in uno stato di dignità. L’incazzatura di cui noi parliamo in termini volgari è la via dell’indignazione! Cioè una tensione dell’io di recuperare a tutta la personalità il senso di dignità. È bellissimo secondo me perché questo stato, fa rimanere le energie in uno stato di sospensione, in stand-by, tale da poter essere utilizzate non appena ci sarà un’indicazione e una direzione per le energie.
L’indignazione è una cosa stupenda: “facit indignatio versum”. L’indignazione crea poesia.
È così che avviene una trasmutazione unica dell’energia in arte…
[Antonio G. Tallerini]

La locuzione latina Facit indignatio versum, tradotta letteralmente, significa: lo sdegno ispira i versi.
(Giovenale, Satire, I, 79)

Si Giò, vabbè, ma alla fine un pò di pace la si potrà mai trovare??

Noi ci pensiamo vincenti prevalentemente rispetto al potere di cambiare le situazioni, e per questo ci deprimiamo quando di fronte a qualcosa che non possiamo cambiare ci sentiamo impotenti e umiliati. Ma in realtà un potere ce l’abbiamo e ce l’avremo sempre: il potere di cambiare il nostro atteggiamento riguardo a quella situazione: è questo che ci rende davvero liberi. Liberi addirittura di scegliere anche ciò da cui veniamo obbligatoriamente condizionati. La più alta forma di scelta, la più alta forma di atto di volontà.
Nell’agosto del 1940 Roberto Assagioli fu arrestato per attività pacifiste e internazionaliste, invise al regime fascista. Anziché uno spiacevole contrattempo o una tragedia, sentite come la considerò:

“Capii che ero libero di assumere uno fra molti atteggiamenti nei confronti di questa situazione, che potevo darle il valore che volevo io, e che stava a me decidere in che modo utilizzarla.

Potevo ribellarmi internamente e imprecare; oppure potevo rassegnarmi passivamente e vegetare; potevo lasciarmi andare ad un atteggiamento malsano di autocompatimento e assumere un ruolo di martire; potevo affrontare la situazione con un atteggiamento sportivo e con senso dell’umorismo, considerandola un’esperienza interessante (quella che i tedeschi chiamano ‘Erlebnis’). Potevo trasformare questo periodo in una fase di riposo, in un’occasione per riflettere tanto sulla mia situazione personale – considerando la vita vissuta fino ad allora – quanto su problemi scientifici e filosofici; oppure potevo approfittare della situazione per fare un allenamento psicologico di qualche genere; infine, potevo farne un ritiro spirituale. Ebbi la percezione chiara che l’atteggiamento che avrei preso era interamente una decisione mia: che toccava a me scegliere uno o molti fra questi atteggiamenti e attività; che questa scelta avrebbe avuto determinati effetti, che potevo prevedere e dei quali ero pienamente responsabile. Non avevo dubbi su questa libertà essenziale e su questa facoltà e sui privilegi e le responsabilità che ne derivavano.
..Ognuno di noi è prigioniero di qualche situazione, ma in quella situazione può imparare a essere libero.”
[Roberto Assagioli]

Ecco perché l’accettazione attiva diventa la maniera più pratica per fronteggiare una situazione difficile, mentre l’accettazione passiva diventa rassegnazione. Assagioli dice: collaboriamo con l’inevitabile, consideriamo una data situazione, e in generale tutta la vita, come una scuola e un campo di apprendimento in cui è possibile per noi capire, imparare e sviluppare nuove facoltà”. 

Sintetizzando, diremo allora che l’indignazione è la prima fase, giusta e soggettiva, per metabolizzare tutto quanto è accaduto. Spesso le domande che in questo momento ci attanagliano sono del tipo: Ma dov’ero quando tutto ciò accadeva? Ma perché devo subire sempre tutto questo? Che cosa ho fatto di male per meritarmelo?
Domande che cercano di farti recuperare un’immagine diversa di te. Un’immagine di dignità che avevi perso. E che avevi perso a causa dei condizionamenti esterni e interni a cui forse, senza nemmeno accorgertene, ti ritrovavi a sottostare.
Ma poi la storia è cambiata. La sofferenza ti ha aperto gli occhi. Una nuova immagine di te è diventata possibile! Un’immagine di dignità e di autonomia. E’ qui che hai bisogno di passare più tempo con il tuo bambino interiore e portarlo nel presente per mostrargli nuove prospettive

È qui che subentra la fase di accettazione, la seconda fase! Quando i condizionamenti hanno perso il loro mordente c’è allora spazio affinché quella rabbia diventi costruttiva e diretta ad un vero cambiamento. È qui che l’accettazione diventa attiva. È qui che l’insegnamento diventa assimilabile, l’insegnamento della vita. Gli eventi dolorosi acquistano a questo punto un significato evolutivo, di qualcosa che ti è servito per crescere.


“Passando dalla ribellione all’accettazione andiamo da un atteggiamento reattivo a uno conoscitivo, in cui incominciamo a vedere la vita come una scuola di addestramento dove una serie di situazioni tendono ad insegnarci esattamente ciò che abbiamo bisogno di imparare. Comprendiamo allora che la nostra crescita non ha luogo soltanto in meditazioni o in sedute di terapia, ma avviene soprattutto nel processo caleidoscopico dell’esistenza, nella fucina del vivere quotidiano. Situazioni dolorose allora diventano sciarade da decifrare anziché seccature contro cui imprecare.

Possiamo praticare l’accettazione anche con le inevitabili difficoltà della nostra vita interna: paura, depressione, rabbia e altre emozioni del genere possono essere affrontate in molte maniere, ma non riusciremo mai a eliminarli completamente; se le combattiamo, diamo loro energia e creiamo un circolo vizioso; ma se le accettiamo per quello che sono, togliamo loro il vento dalle vele e ne diminuiamo di molto la potenza. Anziché essere visitati a causa della nostra irritazione, per esempio, o depressi per via di una depressione, (il che non farebbe che ha aumentarle) possiamo accettarle. Una forma di vero e proprio “judo psichico”. Il potere benefico di questo atteggiamento è grande. Certe persone passano tutta la vita a negare i propri sentimenti, a far finta di essere ciò che non sono; ma non appena riescono a dare spazio ai loro stati d’animo anziché opprimerli nelle anguste strettoie delle loro aspettative e delle loro paure, le cose incominciano ad andare meglio. Si tratta qui di lasciar che la rabbia sia rabbia, che la paura sia paura. Si tratta di percepire questi sentimenti fino in fondo, per quello che sono: soltanto allora c’è liberazione.”
[Piero Ferrucci]


Sull'autore

Sono Giovanni De Gregorio, ideatore di "Sintetizzando": il Blog che ti aiuta a conoscere, gestire e trasformare il tuo mondo interiore. Qui troverai esempi pratici e materiale multimendiale che ti aiuterà a diventare più padrone di te! Sito personale: http://www.giovannidegregorio.it/



One Response to COLLABORARE CON L’INEVITABILE

  1. Angela says:

    È meraviglioso e complesso al tempo stesso, che la nostra vera libertà sia proporzionata all’accettazione attiva di cio che ci rende prigionieri…
    Grazie per questa perla!

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